Grazie agli Oblivion!

S’avverte un gradevole profumo d’antico, o di démodé, in queste esibizioni degli Oblivion.
Arie e motivi noti, che tornano all’orecchio dopo decenni di letargo, e ritmi sincopati che non s’usano più; come più non s’usano i cappelli a paglietta, o a cloche.
Eppure la loro non è un’operazione di recupero del gusto retró, di trenta o anche sessant’anni fa; non è il tentativo, peraltro più che legittimo, di rimettere in commercio l’usato, e perfino il decrepito, e insomma tutto ciò che è vecchiotto e ch’è ignoto ai giovani. Ai giovani, tra l’altro, questi ritmi, questi coretti cadenzati potrebbero esser graditi come la compagnia d’una vecchia zia con le sue amiche, in tempi di frastuoni e di decibel a iosa. Anche se gli Oblivion sono anch’essi giovani, e anche giovanissimi. Parrebbero, ecco, appena usciti da scuola; da una buona, anzi ottima scuola; e con altrettanto ottimi voti.
Fanno, infatti, ricerca storica; e la fanno seriamente.
Passano mesi ad ascoltare gracchianti e ormai introvabili dischi, a trascrivere brani musicali ormai da tutti dimenticati, a copiare sulla tastiera d’un computer (ma prima, si può presumere, a matita e su un pezzo di carta) le parole d’una canzonetta che ebbe qualche successo ben prima della loro nascita. Sottraggono piccoli tesori all’oblio, insomma. E dànno loro nuova vita, moderna, di oggi: perché quei vecchi ritmi, quelle rime così squisitamente datate, gli Oblivion le mettono in scena accompagnate da ciò che in origine non potevano avere: una spolverata d’ironia, ch’è il segno del distacco cronologico, della consapevolezza che il tempo è passato.

Che questa degli Oblivion sia un’operazione seria, e di non scarso peso, lo s’intuisce ancor meglio ascoltando il loro rispettoso girovagare attorno alle figure di Gaber e di Luporini. Di quella strana coppia hanno inteso non solo il farsi canzone (canzone cantabile, ripetibile a orecchio, e quindi popolare) di riflessioni critiche sul costume contemporaneo, sulla vita politica, e sulla vita in genere; hanno colto, come sempre riesce loro a puntino, l’intreccio indissolubile tra parola e melodia e ritmo.

Grazie agli Oblivion, insomma, un mondo intero di motivi che hanno fatto compagnia alla nostra vita (e a quella di papà e mamma, e nonni, magari) è ancora qui, smaltato di fresco, a scandire il suo ritmo con quello del nostro cuore.

Prof. Eugenio Riccomini